Quest’anno ci siamo concessi un lusso: il mare d’inverno.
E soprattutto, un paio di settimane fa il vostro Affezionatissimo ha fatto un altro giro intorno al Sole (alla faccia dei terrapiattisti).
E mentre mi guardavo il mio prominente ombelico mi sono ricordato che in questi giorni si festeggiava un altro compleanno: quello di Volpe Giocosa.
Se pensate sia un articolo filler vi sbagliate di grosso.
In verità questo “buco editoriale” mi permette di scrivere uno dei pezzi più intimi che abbia mai pensato per Volpe Giocosa.
Motivo per cui ha passato tanto tempo sulle dita prima di essere battuto sulla tastiera.
Cercherò per quanto possibile di evitare la cronistoria di Volpe Giocosa. Potrebbe essere veramente soporifera.
La storia di questo tiny blog è però funzionale a spiegare perché esiste.
Questa settimana non ho giocato. Ma ho capito perché continuo a farlo.
Buon Compleanno Volpe Giocosa!

Io e il folletto
Erano più di 5 anni che ormai lavoravo. Piano piano la candela dell’entusiasmo si andava affievolendo lasciando il fumo delle prime insoddisfazioni.
Sara ed io ancora non convivevamo e me ne stavo da solo nella miserabile house. Un quarto piano senza ascensore, a volte anche senza acqua, nella provincia. Ma non quella bucolica dove ero cresciuto, a pochi chilometri da mare e montagne.
Una periferia che aveva poco da offrire, ancora meno di quello che uno stipendio da neoassunto mi potesse consentire.
Per fortuna oltre ai colleghi mi feci anche qualche amico. Questo articolo, con qualche aneddoto, è anche un tributo verso di loro.
…che non tiene compagnia per niente
Più che altro però, passate le mie 12 ore in ufficio, mi chiudevo nel mio appartamento. E montava il turno il folletto.
Uno stakanovista che nei lunghi e silenziosi weekend dava il meglio.
Un omino fedele che non mi ha mai abbandonato nel corso degli anni, ma che si divertiva nel mio tempo libero a martellarmi con un maglio il cervello.
Notti insonni, mal di stomaco, paranoie ed ansie.
Così arrivai al mio compleanno del 2015.

Il ritorno del Monopoly
A febbraio del 2015, nella miserabile house si festeggiava il compleanno del vostro Affezionatissimo. Cosa mi regalarono? Un Monopoly.
Probabilmente l’argomento uscì in una delle tante serate amarcord. Ormai i ricordi sfumano nella leggenda.
Fu così che le mie amiche, con Alessandra che saliva le scale in stampelle ma che sapeva avrei avuto piacere fosse presente, mi regalarono il più vituperato gioco della community.
Probabilmente quando scartai la carta del pacco Volpe Giocosa era in gestazione.
Domeniche luminose
Cambiai casa e Sara scese in pianta stabile. Dalla miserabile house a un appartamento dalle pareti verdi, viola e argentate. E un copridivano zebrato. Jerry Calà in “Vado a vivere da solo” poteva solo seguire. Libidine!
Il folletto traslocò con me e per un periodo iniziò a battere il suo maglio in maniera più forte e frequente.
Mi erano di sollievo proprio le domeniche a casa di Giulia e Fabio a giocare a Monopoly.
Partite a 6 giocatori, con Massimiliano, veramente accanite. Eravamo dei professionisti. E guardate che se applicate il regolamento alla lettera non dura un’eternità.
Nel frattempo comprai qualche scatola e ci scambiavamo opinioni fra di noi. Villa Volpi divenne un ritrovo per chi passava da quelle parti.
E i giochi da tavolo divennero una mano santa per “expats” e non solo.
Ma Volpe Giocosa non esisteva ancora.

Perché gioco ai giochi da tavolo
Nel 2016 i miei amici mi regalarono uno scatolone di giochi. Spesero diverse ore in rete, loro meno esperti del me poco esperto dell’epoca, per creare un kit. Si erano fatti in quattro per trovare in rete gli entry level di ogni tipologia.
Ecco che a fine febbraio del 2016 era online il blog di Volpe Giocosa.
Volenti o nolenti costrinsi un po’ tutti a giocare, e in qualche modo li coinvolsi in Volpe Giocosa.
Li ringrazio ora della loro benevolenza.
Spegni il cellulare ed entra in un altro mondo
In quel periodo appresi subito l’aspetto detox del gioco da tavolo.
Innanzitutto erano uno stacco dal digitale e dal passare, a vario titolo, la quasi totalità del giorno davanti a un computer o una console.
Una partita a Europa Universalis ti distraeva dalle malignità del folletto.
Ma mai quanto un gioco in scatola.
I giochi da tavolo mi proponevano una sospensione della realtà. Mentre preparavo Agricola ero davvero un contadino della Germania rurale. Ma poche ore dopo potevo essere a capo di una civiltà antica o sulle tracce di un criminale per le strade di Londra.
In quelle ore al tavolo il folletto non trovava posto.
Homo homini lupus
Col passare degli anni, il folletto che soggiornava fra le mie sinapsi si era organizzato come in un resort a 5 stelle.
Tranne quando giocavo.
All’epoca, più di adesso giocavamo prevalentemente german. Una definizione che darei di eurogame è “sana competizione senza sopraffazione altrui“.
Ok, Agricola mette a disposizione un solo vincitore. Però la tua fattoria la porti avanti in tutta onestà e ottieni i frutti del tuo lavoro. Non rubi il maiale del vicino.
In realtà anche i wargame e gli american possono avere una funzione catartica, ma l’ho capito solo negli anni seguenti.
Nel frattempo sfrattavo così il folletto per fare spazio a tavolo e sedie.
L’onestà di un regolamento
I giochi da tavolo, tutti, hanno una cosa che nella vita reale non esiste: il regolamento. Un perimetro ben definito a cui tutti si devono attenere. Chiaro (spesso) e preciso.
Nella nostra quotidianità esiste un manuale per tutto. Dall’automobile al cellulare. Con avvertenze per l’incolumità dell’utente.
Invece nella vita vera nessuno ha il libretto di istruzioni (cit.)

L’importanza di un solido tavolo
Come scrisse Ignacy Trzewiczek in Giochi da Tavolo che Raccontano Storie, il gioco da tavolo non sarebbe niente senza i sandwich che lo accompagnano.
O come disse Spartaco Albertarelli, tra l’altro nel pieno del lockdown, il gioco da tavolo necessita innanzitutto di… un tavolo.
E se già vi ho parlato delle domeniche con il Monopoly, non è ancora chiaro come esplose tutto il resto.
Penso che il cambio di passo fu quando andammo all’Aniene Festival e conoscemmo AntoMatto. Da lì frequentammo, per quanto la distanza lo rese possibile, GdT Roma Players. Ed esponenzialmente accadde tutto il resto. Incontri di persone e personaggi, conoscenze superficiali ed amicizie, caratteri e caratteristi. E i Meeple per 2 e ultima ma non ultima, se non prima, la TdG di Anagni.
E le prime trasferte ludiche a Modena, l’epica Aosta che ripeteremo, con qualche soldino che più di prima entrava in tasca.

Qua sulla tavola dell’epoca
Altro giro, altro regalo
Dieci anni di attività e un numero di follower che sembra che abbiamo citofonato uno ad uno i nostri lettori per farli mettere mi piace.
A nostra giustificazione potremmo dire che in realtà avemmo un blocco delle nostre attività, credo di 1 o 2 anni. Senza contare il popolo che ci legge ma dal dito pigro.
La causa dello stop, comunque, fu il successivo cambio di casa, con tutti i problemi che ne conseguirono.
Davvero minarono seriamente la psiche mia e di Sara. Una casa fredda, spoglia, con tanti intoppi. Dove avevamo investito tutti i nostri risparmi.
A quel punto il folletto si era proprio organizzato con un martello pneumatico.
Poi anche qui le cose si sistemarono, grazie alla Provvidenza. Ma soprattutto anche all’aiuto dei miei amici, fra cui in primis la nostra prima follower su Instagram.
Con il lockdown aprimmo gli imballaggi dove ancora stavano i giochi traslocati. E giocammo a Valparaiso in giardino e a Vinhos anche due o tre volte al giorno.
E a ribattere sulle lettere della tastiera.

Qui La Spedizione Perduta
La Volpe e l’Uva
Ogni tanto ci viene qualche pensata per aumentare follower, visualizzazioni, interazioni…
Impariamo a fare tutorial? Facciamo gameplay?
No aspetta… ma questa è competizione. Queste sono strategie per raggiungere KPI. E a me non mi va di raggiungere i miei KPI ignorando la felicità (cit.)
E no, la mia passione non può diventare l’ennesima arena dove ci si morde a vicenda. Volpe Giocosa è un’altra dimensione.
E allora no. E allora continuo a coltivare la passione per quello che mi piace. Scrivo da quando ero bambino. Prima a penna, poi su un AMIGA e nell’epoca universitaria su Splinder.
E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare (cit.)
In conclusione
Direi una bugia se affermassi che i giochi da tavolo hanno sfrattato il folletto dalla mia testa. Se ne sta lì. A volte assopito, in altre circostanze arrabbiato perché non lo ascolto. Talvolta mi tiene ancora sveglio la notte.
Sto solo imparando un giorno dopo l’altro a conviverci, un po’ come fa il terzo dei fratelli Peverell.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Non voglio nemmeno venirvi a raccontare che il mondo dei giochi da tavolo sia idilliaco.
È uno spaccato della società, è fatto di persone. E quindi ha le sue gelosie, le sue simpatie e antipatie, e le sue beghe.
Che nel tempo ho imparato a comprendere e a dar loro il giusto peso. Magari ognuno ha a sua volta un suo folletto nella testa e tutti insieme si organizzano in un’associazione.

La necessità di una passione
Viceversa i giochi da tavolo mi hanno gettato un’ancora. Forse sarebbe stato lo stesso se anziché coltivare questo hobby mi fossi messo, che so io, a fare l’uncinetto?
Forse sì, forse no. Magari ognuno deve trovare la sua passione. Che per alcuni magari è proprio il cucito.
Ma nel mio caso, con un pallino per la strategia, per la matematica e per la convivialità, folletto permettendo, il gioco da tavolo mi calza a pennello.
Non mi interessa essere il primo. Mi interessa esserci.
Non gioco per vincere. Gioco per restare in piedi.



