Content creator e onestà intellettuale: confessioni di un minor

Sull’editoriale di IoGioco n43 si parla di onestà intellettuale dei content creator. Se frequentate la community, come immagino, è l’argomento del momento.
O meglio: è ritornato il suo momento. Perché di questo argomento ciclicamente si torna a parlare. Tant’è che stavamo preparando un piccolo fascicolo da tempo.

6 minuti

Per chi va di fretta
  • I professionisti non sono venduti per definizione
  • I minors non sono puri per definizione
  • Gli indipendenti possono avere contro-bias
  • I bias sono umani, non necessariamente disonestà
  • La trasparenza è più importante della purezza

Già, perché questo argomento, come quello legato a “sensibilità e gioco da tavolo”, è da sempre sul tavolo e viene rispolverato ogni qualvolta si verifica un fatto di cronaca legato alla pubblicazione di un gioco o a qualche pezzo di un content creator.
Sono argomenti molto sensibili perché esulano da un parere su una scatola o un’opinione su di un autore.
Il mondo “mordi e fuggi” di Internet è troppo superficiale per certi temi.

Content creator e onestà intellettuale

La nascita degli Appunti Giocosi

Da un lato quindi volevo dare un’opinione in merito a questioni quali i temi trattabili nel gioco da tavolo, l’onestà intellettuale dei content creator o l’uso dell’Intelligenza Artificiale nel gioco da tavolo.
D’altra parte, però, ho sempre temuto che un sistema “mordi e fuggi” come il web fosse per sua natura fallace, secondo solo al tentativo di risolvere dispute via WhatsApp.
Ecco quindi che ho pensato di redigere la collana degli “Appunti Giocosi”, nome provvisorio di quella che è difatti oggi una trilogia.
Quello di oggi è quindi un piccolo esperimento dove tento di sintetizzare il mio pensiero in attesa che la mia pigrizia mi permetta di portare a termine il secondo dei tre capitoli della collana.
E se pensate che questa possa essere un’anteprima rispetto ad una manovra commerciale… beh, allora è il momento di parlare di onestà intellettuale fra i content creator.

La copertina provvisoria del secondo volume di Appunti Giocosi

Influencer like a star

Sicuramente condividere una terminologia comune minimizza la probabilità di essere fraintesi.
Possiamo pensare al content creator come colui che pubblica via web un qualsiasi contenuto. Un tutorial, una videorecensione o un articolo come questo.
Le finalità lo classificano. Un influencer è la cosa più vicina ad un promoter. Il messaggio, più o meno velato, e più o meno voluto, è che usufruendo di questi prodotti e servizi potremmo raggiungere il suo lifestyle.
Chiaramente il punto di oggi esula dalle categorie influencer o promoter. In una televendita, pubblicizzare l’uno o l’altro shampoo è indifferente.
Come potrebbe esserlo fra un Lacerda o un party game.

Contentcreator gioco da tavolo
Produrre contenuti a un certo livello richiede diversi investimenti

Perché Messi guadagna e tu paghi il campo

Dopo questo preambolo starete pensando che passerò a trattare lelephant in the room.
Non ancora. Consentitemi di preparare il terreno ancora per un secondo e di farlo con un esempio.
In Serie A chi gioca a calcio è ben pagato ed è accettato.
C’è poi chi gioca a calcetto il mercoledì sera con gli amici. Si ritaglia il tempo dal lavoro e si paga anche il campo. A meno che non abbia uno sponsor.
Tutti e due fanno la stessa cosa, ma il primo è pagato mentre noi paghiamo.
Perché? Perché il primo è atleticamente più preparato? No, fa fare più soldi.

Professionisti e hobbisti

Nel mondo dei content creator, nella fattispecie in quello dei recensori dei giochi da tavolo, vale lo stesso principio.
Ci sono dei professionisti che con questa roba ci vivono, più o meno bene. Per fare questo lavoro, perché di quello si tratta, hanno dovuto sviluppare competenze e acquisire risorse non solo sul prodotto, il gioco da tavolo, ma anche sul mezzo comunicativo, il digitale.
E di questo investimento, ci vogliono rientrare. E considerando il seguito che hanno, ovvero su quanti schermi retro-illuminati compaiano, c’è qualcuno che è pronto a pagarli.
Attenzione, perché la mia divisione fra professionisti e hobbisti non si basa sulla qualità dei contenuti. Non tutti affrontano la creazione di contenuti come un lavoro, ma anche solo come una passione.
Non saranno professionisti, ma non è detto che non siano professionali.

Sbarcare il lunario con i contenuti

La Playful Hedgehog Games sta per lanciare sul mercato un prodotto e stanzia un tot di quattrini per pubblicizzarlo. Ordina con un filtro le Pagine Gialle dei content creator e seleziona quello con più follower.
Se vogliamo essere più precisi, seleziona quello che minimizza il “costo per contatto”.
La Playful Hedgehog Games è un’azienda di scappati di casa e non si cura di verificare la “specializzazione” del content creator contattato. Quello che interessa a questa banda di bricconi è arrivare a più potenziali clienti. E non giocatori.
Quindi che il content creator dia cinque stelle senza troppe storie.
Non fa pressione psicologica esplicita, ma il recensore sa quello che si aspetta il suo committente.

Il gioco rotto e le tre scelte del recensore

In questo esempio tossico ed estremizzato, il recensore riceve una copia di un gioco che oggettivamente non funziona.
Ha diverse possibilità, ma semplificando possiamo provare a ridurle a tre:

  • Dire che fa schifo
  • Dire al cliente che il gioco è rotto, rifiutare il contatto e lasciar perdere
  • Ma che bello!

La prima è quella che ogni giocatore vorrebbe. La seconda è di per sé una sua variante, che può esser vista o come elegante o come opportunista.
E non mi sto riferendo al “Quackalope affair”, ma semplicemente a qualcuno che vuole rimanere in buoni rapporti ed è in imbarazzo.
L’ultima è la cosiddetta marchetta.
Ma è uno scenario poco realistico. Un content creator professionista che vuole crearsi un personal branding saprà evitare una situazione così imbarazzante.
O almeno meglio per lui…

Contentcreator gioco da tavolo
Anche una sola scatola omaggio può innescare un bias di reciprocità

L’umiltà di chiamarsi minors

Ho conosciuto questa spassosa e romantica realtà su Facebook.
È un gruppo di appassionati di basket, quelli che si trovano al campetto o fanno trasferte a orari improponibili in cinque su una Panda.
Per me sono i veri appassionati di basket. Più semplice dire che si ama questo sport con ingaggi milionari.
I content creator minors sono gente che ha passione per questo hobby e che magari, mi ci metto anche io, crede nella valenza di quello che fa e propone.
Rispetto ai professionisti hanno meno risorse. E sono pronto anche ad ammettere anche meno capacità.
Non vuol dire che non meritino rispetto o che non possano dire la loro.
E non è comunque detto che non possano fare qualche buon tiro da 3.

Ma sono tutti belli questi giochi?

I minors non sono pagati. Tutt’al più ricevono qualche scatola gratis da qualcuno che crede nel loro progetto, nel loro modo di fare divulgazione e proporre i giochi o anche solo a titolo di amicizia personale.
Per il resto frequentano community, si spaccano la schiena in associazioni e cercano su Vinted il gioco che costa troppo nuovo per le loro tasche.
E non compreranno un gioco che sanno già a priori non essere nelle loro corde. E’ “una selezione naturale”, non una compiacenza.
Pagando loro il conto, non mangeranno verdure solo per farvi contenti.
Ecco perché la maggior parte dei loro contenuti andrà dal tiepidamente soddisfatto all’entusiasta.
A volte sarà sorpreso negativamente, ma sarà raro.

Contentcreator gioco da tavolo
Comprarsi tutto da soli non è necessariamente un riparo dai bias

L’illusione dell’indipendenza totale

C’è una soluzione semplice per evitare l’una o l’altra problematica: comprarsi da soli i giochi, attrezzature e “spazi”.
Oppure, e anche qui non c’è niente di male, farseli pagare dal proprio pubblico attraverso donazioni o sottoscrizioni come Patreon.
A quel punto è stata tagliata alla radice ogni possibilità di bias, in quanto non si deve rendere conto a nessuno. Forse.
Se collettivamente, penso ad esempio a grandi associazioni, questo è sostenibile, credo che sia per lo più “un’attività in perdita” per la maggior parte dei content creator. Intendo dire che per quanto si alzi con le donazioni, non credo garantiscano la sostenibilità del canale.
Accennavo ai bias, probabilmente una parola abusata, ma passarci attraverso è l’unico reale modo per liberarci di questo ingombrante elefante.

Link utili

In conclusione

Un po’ come nei gialli di annata, siamo arrivati a quella fase del thriller dove dovrei svelare il mio misterioso punto di vista.
Iniziamo però con l’escludere dalla scena del delitto influencer e promoter.
Penso che non neghino che i loro contenuti siano soggetti esclusivamente ad un tornaconto economico diretto o meno. Se volete, stringendo il cerchio, sono le persone più intellettualmente oneste.
Ma passiamo in rassegna gli altri casi.

Perché la marchetta non conviene (nemmeno economicamente)

Accontento la Playful Hedgehog Games, ricevo nuovi contratti, entrano nuovi soldi.
Ma ci siamo scordati di un fatto: il pubblico non è stupido.
Ogni content creator ha un suo personal branding che si basa in buona parte sulla sua integrità. Meno integrità, meno appeal tra il pubblico, disaffezione.
Meno follower, meno contratti.
E quindi una scelta logica compiacere gli editori?
E allora perché qualcuno dovrebbe farlo?

Contentcreator gioco da tavolo
Il pubblico non è stupido: non ci metterà un attimo a smettere di seguire un content creator che non reputa genuino

Il bias di reciprocità

L’accondiscendenza volontaria e cinica della Playful Hedgehog Games può avvenire tra i minors sotto forma di bias di reciprocità.
Il rischio affligge, a mio avviso, soprattutto i minors. Quando riceviamo una copia gratuita da recensire diventiamo meno critici, nel senso buono del termine. Tolleriamo i difetti, esaltiamo i pregi.
E questo, come scritto, lo potremmo fare non volutamente. E che succede?
Esatto! Che ti prendi del marchettaro.
Il bias non è disonestà intellettuale: è una condizione umana.
Che poi segnalare un difetto non significa massacrare il gioco. Sono poi dell’idea che a parte casi palesi in cui il gioco è rotto, più che “un voto” sia più utile indicare a che target di giocatore può piacere quella scatola.

Il contro-bias: quando l’indipendenza diventa bandiera

Allora possiamo fidarci solo dei content creator indie, ovvero quelli che si pagano tutto da soli e si girano dall’altro lato anche solo se gli offrono una scatola.
Purtroppo spesso non è sufficiente. Ho letto frequentemente opinioni contro-corrente solo per dimostrare che, in quanto “indipendenti”, erano gli unici che potevano fornire la verità rivelata.
Senza contare che ogni persona, nella sua fragilità umana, è affetta da pregiudizi.
Non è detto che zero compensi equivalgano a zero bias.
Anzi: esiste anche chi pensa che chi non è pagato non sia affidabile, ma solo “uno scappato di casa”.

Contentcreator gioco da tavolo
Indicare di avere ricevuto un contributo è semplice e intelltualmente onesto

Ma di che cifre stiamo parlando?

Parlo all’interno della galassia minors che meglio conosco. Per 20€, 50€ o 120€ di scatola vale la pena giocarlo solo per recensirlo? Vale la pena privarsi di ore di sonno, no? No, non è conveniente.
Molti mi dicono “chi te lo fa fare”.
Non me lo ordina nessuno, semplicemente mi fa piacere. E mi fa piacere ricevere una scatola, perché vedo nel gesto l’approvazione del “progetto” Volpe Giocosa.
E ringrazio sempre chi lo fa e, da qualche tempo, segnalo sempre in calce se ho ricevuto una scatola gratis.
Come a dire che potrei essere un portatore sano di bias di reciprocità. È così che si costruisce, nel tempo, l’onestà intellettuale.

L’onestà come investimento

Ignacy definisce ridicola l’accusa di corruzione tramite copie omaggio: nessun recensore (ma nessuna persona, NdR) distruggerebbe la propria credibilità (e il relativo business) per un bene da soli 50$.
E se magari per un minors la cifra è troppo esigua per la sua integrità, per un “professionista” è addirittura controproducente perché andrebbe a perdere quell’approvazione che ha fatto sì che fosse selezionato dalla Playful Hedgehog Games.

Tu, content creator, non puoi dichiararti intellettualmente onesto solo perché non sei pagato

Nessuno può dichiararsi intellettualmente onesto solo perché non è pagato.
È ingenuo pensare che non esistano recensioni compiacenti.
È altrettanto ingenuo pensare che siano la norma, anche alla luce sia degli importi irrisori, sia della scarsa convenienza dell’atteggiamento.
Più che palese e arrivista disonestà intellettuale, a parte casi eclatanti, si parla solo di bias dati dall’essere umani.
In estrema sintesi:

  • Nessuno può dire di se stesso di essere completamente indipendente da pregiudizi e/o bias
  • Non c’è niente di male a essere supportati e/o pagati.
    Nessuno pensa che ci vendiamo per due spiccioli.

E alla fine sarà il pubblico, come in una selezione darwiniana, a mietere coloro che vedevano nelle recensioni una facile via verso il guadagno.
Nel tempo non sopravvive chi è perfetto.
Sopravvive chi è coerente.
Il resto lo vediamo in Appunti Giocosi

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